L’Uomo con la Macchina da Presa (1929) – Vertov

VOTO: 9 –

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Credo che questo film sia il primo massimo esempio di “metacinema”: ci viene, infatti, mostrata la giornata di lavoro di un cineoperatore, dal tramonto all’alba. Il cineoperatore in questione è Boris Kaufman, fratello minore del regista: per intenderci, colui che curò la fotografia dei più grandi capolavori di Vigò, da Zero in Condotta a L’Atlante. Terza grande protagonista, insieme a Vertov e Kaufman, è la macchina da presa. Quarta protagonista, la città “industriale”, con il suo fermento ed i suoi ritmi frenetici. Alla base di tutto, le teorie sul cinema di Vertov: l’unico cinema possibile è quello che mostra la verità, non la finzione narrativa che aliena e manipola lo spettatore; la macchina da presa, o “cine-occhio”, è un occhio più potente di quello umano, perché laddove un occhio umano vede ed interpreta, essa è in grado di far capire la realtà dato il suo “punto di vista obiettivo”. E così, servendosi di questo “cine-occhio”, Vertov si premura di cogliere la vita alla sprovvista, per restituirne la vera essenza. Il tutto attraverso uno sperimentalismo ed una padronanza tecnica, che mi viene difficile pensare possa appartenere ad un cinema di così tanti anni addietro: c’è di tutto! dal rallenti, alle sovraimpressioni, dalle riprese da angolazioni inverosimili agli split screen, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, pura Avanguardia!

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