L’Uomo con la Macchina da Presa (1929) – Vertov

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Il cine-occhio non è solo il simbolo di un modo di vedere,
ma anche di un modo di contemplare.
Ma noi non dobbiamo contemplare, dobbiamo fare.
Non abbiamo bisogno di un cine-occhio,
ma di un cine-pugno.

(Sergej Ejzenstejn)

Trama

Si tratta di uno dei primi massimi esempi di “metacinema”, ovvero di cinema che riflette su se stesso: ci viene, infatti, mostrata la giornata di lavoro di un cineoperatore, dal tramonto all’alba.
Il cineoperatore in questione è Boris Kaufman, fratello minore del regista: per intenderci, colui che curò la fotografia dei più grandi capolavori di Vigo, da Zero in Condotta a L’Atlante.
Terza grande protagonista, insieme a Vertov e Kaufman, è la macchina da presa.
Quarta protagonista, la “città industriale”, con il suo fermento ed i suoi ritmi frenetici: si va dalle riprese della gente comune che si sveglia al nuovo giorno a quelle dei mezzi di trasporto che attraversano le vie, da quelle delle architetture industriali a quelle di dinamismo sportivo.
Nessuna didascalia viene mostrata, all’infuori di quella iniziale che per l’appunto ci informa di come si tratti del “diario di un cine-operatore”.

Recensione

Alla base di tutto, le teorie sul cinema di Vertov, derivate dal tentativo di “adattamento” del nuovo mezzo di comunicazione all’ideologia “rivoluzionaria” dell’Unione Sovietica di quegli anni: l’unico cinema possibile è quello che mostra la verità, non la finzione narrativa che aliena e manipola lo spettatore. Vertov considerava, infatti, il cinema a soggetto un sotto-prodotto della letteratura e del teatro, nonché retaggio di una concezione borghese dell’arte, che della realtà era solita prendere soltanto ciò che intendeva far vedere e nelle modalità a lei più consone.
L’intento del suo cinema, invece, come sopra detto, voleva esser quello di fornire una corretta interpretazione critica della realtà, mediante la stretta rappresentazione fenomenica della stessa. Nessun plot, nessun attore… soltanto la città, con tutto ciò che la abita. La macchina da presa, o “cine-occhio”, è un occhio più potente di quello umano, perché laddove un occhio umano vede ed interpreta a suo modo, essa è in grado di far capire la realtà dato il suo “punto di vista obiettivo”. E così, servendosi di questo “cine-occhio”, Vertov si premura di cogliere la vita alla sprovvista, per restituirne la vera essenza.
Ma egli non aprì soltanto la strada al documentarismo critico, in quanto portò anche alle estreme conseguenze uno sperimentalismo estetico (con evidenti influenze futuriste), in grado di evidenziare la sua straordinaria padronanza tecnica. Per tale ragione, venne però spesso accusato di formalismo, il che rappresentava una sorta di contraddizione in termini, dati gli intenti ideologici (non più cinema puro, ma cinema comunque spettacolare).
In questa pellicola, in particolare, c’è di tutto: dal rallenti alle sequenze accelerate, dai fermi immagini alle sovraimpressioni, dalle riprese da angolazioni inverosimili agli split screen. Insomma, pura Avanguardia

large_man_with-a_movie_camera_01_blu-ray_Curiosità

Il film, in origine, non aveva una colonna sonora, ma Vertov diede alcune indicazioni circa le musiche che dovevano accompagnare le immagini. Dunque, a partire dagli anni ’30, se ne ebbero delle più svariate: ricordiamo, ad esempio, la versione dell’Alloy Orchestra, ma anche Battiato si cimentò nell’arduo compito…
Il manifesto di pubblicità del film fu opera dei Fratelli Sternberg.

Testi: Claudia Sole

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