L’onirico nell’arte: Mirò vs Chagall

mirò-vs-chagallSono oggi qui a proporvi un’altra sfida delle più avvincenti nel campo dell’arte. Protagonisti sono due sognatori, ovvero due artisti che fecero delle loro tele un tramite per esternare l’universo fantasmagorico che custodivano nelle loro anime: sto parlando di Joan Mirò e di Marc Chagall.
Spagnolo l’uno, russo l’altro, fecero entrambi di Parigi la loro patria d’adozione e furono parte attiva del fervore artistico sviluppatosi attorno alla zona di Montparnasse.
I loro dipinti sembrano suggerire un approccio gioioso alla vita, e sono ricchi di riferimenti al mondo dell’infanzia nonché, per l’appunto, all’universo onirico.
Chi preferite fra i due? Al termine dell’articolo, vi dirò la mia!

Quale fu il rapporto dei due artisti con il Surrealismo?

Nel 1900 vede la luce l’opera principe di Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi: sto parlando de’ L’interpretazione dei sogni.
Neanche 25 anni dopo, lo scrittore francese André Breton pubblica a Parigi il primo Manifesto del Surrealismo, movimento d’avanguardia artistica che si propone d’esprimere il funzionamento reale del pensiero. Il Surrealismo, in pratica, si configura come tentativo di rappresentazione dell’inconscio, senza i freni inibitori posti in essere dalla ragione. Di qui, l’esaltazione di ogni prodotto puramente psichico, dal sogno alla semplice immaginazione.

costellazioni

Mirò fu fra gli aderenti alla corrente, anzi fu descritto dallo stesso Breton come “il più surrealista di noi tutti”. Questo perché la sua produzione non fu frutto di una ragionata speculazione sull’arte, bensì nacque spontaneamente, attingendo all’inconscio primitivo dell’infanzia. Ne risultò una dimensione figurativa ludica e fiabesca, in cui si accostano senza criterio logico forme astratte e frammenti di realtà, illuminati dalla vivace gamma cromatica scelta dall’artista.

sopra la cittàA differenza dello spagnolo, Chagall rimase invece fuori dall’avanguardia, nonostante fosse stato invitato a prendervi parte a più riprese. Questo perché, nonostante le analogie che si possono cogliere in superficie fra la sua produzione e quella dei Surrealisti, la sua arte fu molto differente: difatti, le sue tele non traducono un automatismo psichico, bensì ricostruiscono l’universo ideale dell’artista, epurato dalle brutture e dalle sue “perdite”. Attraverso l’atto pittorico egli rivive il suo passato e le sue tradizioni, i posti che ha amato, le persone che non hanno più posto nel mondo…

OPERE A CONFRONTO

1. Terra arata (Mirò) vs Io e il Villaggio (Chagall)

terra arataIn questo quadro, Mirò rappresenta la campagna di Montroig, un luogo in cui spese buona parte della sua infanzia. Gli elementi naturali qui realizzati dal pennello dell’artista non sono ancora del tutto trasformati come poi invece avverrà nella successiva fase astrattista. Ciò nonostante, l’immaginazione ha innescato una metamorfosi di questo spaccato di realtà: e così è possibile scorgere lucertole con il cappello da mago, alberi forniti di occhio ed orecchio, nonché lumache che leggono il giornale. I colori sono vivaci, gioiosi. E’ la realtà che diventa sogno… o il sogno che diventa realtà!

io e il villaggio - moma

Anche il dipinto di Chagall mostra il luogo della sua infanzia, ovvero la natia Vitebsk, ma qui la fantasia dell’artista ha portato a diverse soluzioni. Egli si autorappresenta con il volto verde, mentre tiene in mano un ramoscello in fiore. A fargli da contrappunto, esattamente di fronte a lui, è il muso sereno di una mucca, al cui interno è dipinta una lattaia che sta mungendo. Sullo sfondo, sono le case colorate del villaggio, disposte ad arco come a seguire la curvatura della terra. Ciò che viene mostrato è come fosse proiezione dei ricordi dell’uomo dal volto verde, ovvero dell’artista stesso: tutto è infatti un rimando alle sue radici, alle tradizioni agresti di quel villaggio della Russia, per cui il pittore avrà sempre profonda nostalgia.
Dunque, se in Mirò abbiamo una rivisitazione della realtà in chiave fantastica, priva di un qualsiasi ragionato intento, in Chagall il filtro fra rappresentazione e verità è rappresentato dal ricordo, che restituisce il tutto eccezionalmente variopinto, come fosse visto attraverso le vetrate di una chiesa.

2. Carnevale di Arlecchino (Mirò) vs Autoritratto con sette dita (Chagall)

ilCarnevaleDiArlecchinoMiro

In quest’opera, Mirò avvia un percorso di progressivo sganciamento dalla realtà per affidarsi ad una rappresentazione più libera e poetica. Le creature bizzarre che trovano posto all’interno della tela sono specchio della fantasia giocosa del loro creatore, che non compone più tramite rispondenze al vero ma semplicemente seguendo l’ispirazione del momento, similmente ad un musicista dinanzi al suo strumento (di qui anche il richiamo, all’interno del quadro, ad uno spartito musicale). Unico oggetto ancora perfettamente riconoscibile è la scala a pioli sulla sinistra, che si fa simbolo di un percorso ascensionale, che invita ognuno a spingersi sempre oltre, al di là dei propri limiti.

autoritratto con sette dita

Ne quadro di Chagall, l’elemento “oltre il naturale” che s’impregna di significati simbolici è quella mano a sette dita in posizione centrale: in yiddish (si ricorda che Chagall era ebreo), l’espressione “fare una cosa con sette dita” corrisponde più o meno all’espressione di uso comune “fare una cosa con i sette sentimenti“, e quindi attenti ad ogni tipo di stimolazione sia da parte della vita che da parte del mondo immaginifico interiore. Per questo, si crea una sorta di parallelismo fra presente e passato e fra realtà e pensiero: fuori dalla finestra vediamo Parigi, che è la città dove il pittore viveva al momento della realizzazione dell’opera; ma a fargli da contrappunto, sulla destra, in una sorta di nuvoletta che rappresenta il ricordo nostalgico dell’artista, è ancora il borgo di Vitebsk, appena accennato; infine, nel quadro, i simboli della religione ebraica e delle sue radici agresti. Il tutto all’interno di un unico racconto.
Dunque, se da una parte abbiamo un uso dell’immaginazione che rivisita la realtà in chiave poetica, arrivando quasi totalmente a dissociarsi da essa, dall’altra l’elemento “sopranaturale” serve all’artista per creare una connessione fra ciò che è vero “esteriormente” e ciò che è vero “interiormente”.

 3. Cane che abbaia alla Luna (Mirò) vs La Passeggiata (Chagall)

cane che abbaia alla lunaForse è in quest’opera che Mirò raggiunge il massimo grado di “lirismo”. Già il titolo è, di per sé, evocativo e fa sì che la pittura diventi un tutt’uno con la poesia. Nel mondo che l’artista ha rappresentato tutto diventa possibile, tanto che si può raggiungere la luna semplicemente salendo una scala a pioli. E intraprendere questo percorso ascensionale per sfidare il buio della notte non fa più paura, perché nell’individuo risiedono le capacità per spingersi oltre l’ignoto.

la passeggiata

Anche ne’ La Passeggiata il cielo diventa protagonista, ma con un altro significato: è come se l’artista volesse suggerirci come i sentimenti possano spingere gli uomini in una dimensione che sfida le leggi della natura. E’ grazie all’amore e alla “joie de vivre” del suo amato che Bella è capace di alzarsi in volo, ed è come se la dote gli fosse stata trasferita attraverso l’uccellino che il pittore tiene in mano. Anche in una realtà in cui vivono in comunione anime pure tutto è possibile, dunque è così che l’uomo, nel mondo di Chagall, può riuscire a raggiungere l’eternità e la trascendenza.

LA SCELTA DELLA REDAZIONE…

Guardando un quadro di Mirò è inevitabile che nel volto si apra immediatamente un sorriso: questo grazie alla visione gioiosa della realtà che ha messo in scena. Ma Chagall fa vibrare l’anima, dando il giusto peso a tutto ciò che conta nella vita, quindi la mia preferenza va indubbiamente a quest’ultimo artista.

Per te è lo stesso? Dimmi la tua commentando più in basso!

 

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