La Passione di Giovanna d’Arco (1928) – Dreyer

E fu dal profondo del suo cuore rovente
che lui prese Giovanna e la colpì nel segno
e lei capì chiaramente
che se lui era il fuoco lei doveva essere il legno.

Ho visto la smorfia del suo dolore,
ho visto la gloria nel suo sguardo raggiante
anche io vorrei luce ed amore
ma se arriva deve essere sempre così crudele e accecante.

Fabrizio De André da Leonard Cohen – Joan of Arc

Trama 

Il film va ad immortalare l’epilogo della parabola esistenziale di Giovanna d’Arco: dall’arresto all’interrogatorio del Tribunale Ecclesiastico, dall’abiura alla ritrattazione, dal rogo alla sommossa popolare.
Il tutto si svolge nell’arco di una giornata a Rouen: il 30 maggio 1431.

Recensione

Con La Passione di Giovanna d’Arco ci troviamo senz’altro dinnanzi ad uno dei capitoli più atroci e sconvolgenti della Storia del Cinema Mondiale.
Dreyer si tiene ben lontano dalla mera ricostruzione storica dei fatti, lavorando invece per astrazione: ciò che gli interessa è, infatti, un discorso di più ampio respiro sulla complessità spirituale dell’uomo e sulla sua intensità espressiva, sulla scia della “Teoria della Fotogenia” di Delluc ed Epstein.
E così trasforma il volto della magistrale Renée Falconetti in una maschera di Dolore universale, originata dalla presenza immanente della Morte, dall’incomunicabilità fra uomo e uomo e fra uomo e Dio, nonché dalla solitudine esistenziale.
Su di lei (ma ugualmente sui giudici o sugli strumenti di tortura) la mdp indugia a lungo, inquadrandola in primi e in primissimi piani, in grado di esaltare gli occhi colmi di sgomento, le lacrime a rigare il volto, la bocca che grida nel silenzio… L’aderenza psicologica è totale, dunque non stupisce che l’attrice stessa sia uscita da questa esperienza cinematografica devastata nell’intimo.
Il Calvario di Giovanna d’Arco, tramite precise soluzioni iconografiche, viene direttamente accostato a quello di Gesù Cristo: si pensi all’incoronazione irrisoria, alle donne piangenti ai piedi del rogo, al cartello apposto sopra la pira similmente all’ “INRI” sulla sommità della croce.
In virtù di tale accostamento, appare ancor più sacrilega l’azione mistificatoria dei Giudici Ecclesiastici.
Fra le sequenze più inaccettabili, quella della rasatura in segno d’infamia: è lì che Giovanna ritratta l’abiura, finendo per divenire emblema della sfida del singolo contro i condizionamenti storici e sociali cui viene sottoposto.
Ed è sempre lì, più che altrove, che l’emozione si fa letteralmente pellicola!

Curiosità

Il film è giunto fino a noi superando non poche vicissitudini: diversi incendi del materiale originario ne compromisero, infatti, la conservazione. Inoltre, per lungo tempo, ne circolò solamente una versione censurata: fu l’Arcivescovo di Parigi ad operare i tagli più cospicui su di essa.
All’epoca della sua realizzazione, fu uno dei film più costosi a livello scenografico: questo in quanto Dreyer pretese un’adeguata ricostruzione del Castello di Rouen, nonostante non avesse intenzione di indugiare sulle riprese spaziali, così da non deconcentrare lo spettatore dalla sua partecipazione emotiva al dramma della protagonista. Dunque, il contesto scenografico fu necessario solamente per una più completa immedesimazione attoriale.
Fra le figure di spicco della pellicola, è doveroso menzionare quella di Antonin Artaud, l’ideatore del cosiddetto “Teatro della Crudeltà”, ovvero una forma di teatro che imponeva il più totale sacrificio dell’interprete alla rappresentazione.
Ne sarebbe stata sicuramente una degna rappresentante la stessa Renée Falconetti che, alla stesura del contratto, decise di accettare dure prove che tale interpretazione le avrebbe richiesto: dal taglio di capelli ad un vero salasso, che però ad ultimo non venne su di lei eseguito.

Testi: Claudia Sole

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