Aurora (1927) – Murnau

VOTO: 8 e mezzo

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Una donna di città va a trascorrere le vacanze estive in campagna. Qui seduce un uomo sposato che vorrebbe la seguisse al ritorno in città. L’uomo, soggiogato, si fa convincere a simulare l’annegamento della moglie, così da poter essere finalmente libero. Ma, durante l’attuazione del piano, qualcosa cambia…
Primo film americano di Murnau, è forse il suo massimo capolavoro, non tanto per l’argomento trattato quanto per l’eccezionalità che raggiunge a livello visivo dalla prima all’ultima scena.

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Il picco massimo è per me rappresentato dal meraviglioso piano-sequenza iniziale, in cui l’uomo si inabissa nella palude dove lo attende, nascosta tra le fronde, la sua amante: pare assistere ad un vero e proprio “sprofondamento morale” del protagonista, che di lì a poco si dimostrerà totalmente succube di fronte alla sua tentazione. Ma è uno spettacolo assoluto anche quel continuo ricorso alla sovrapposizione d’immagini, in funzione dei pensieri che si materializzano nella mente dello stesso uomo: l’acqua che simboleggia il suo intento criminale; o l’amante nelle vesti di diavolo tentatore che lo tiene ben stretto fra i suoi “artigli”.
Pare di assistere ad un’anticipazione di tutto ciò che poi il cinema sarà, da Vertov a Dreyer, da Hitchcock fino addirittura a Kubrick (il volto assassino di Jack Torrance pare ricalcato paro paro dall’espressione che assume l’uomo sulla barca, quando è risoluto a portare a termine il suo piano).

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